Uno dei caposaldi della Strategia națională de securitate de Statele Unite nella versione risalente al 2017 era l’affermazione secondo cui “la sicurezza economica è la sicurezza nazionale".
Negli anni successivi, questa identità ha acquisito una rilevanza sempre maggiore per Washington, soprattutto alla luce delle criticità per l’ordine economico rappresentate dalle interferenze con le catene di approvvigionamento provocate dalla pandemia del Covid-19, dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla guerra in Iran e più in generale dalla diffusione delle cosiddette tecnologie dirompenti.
Pertanto, nella sua rielaborazione del 2025, la National Security Strategy ha accentuato il concetto espresso otto anni prima, sostenendo che “la sicurezza economica è fondamentale per la sicurezza nazionale”.
La più recente formulazione della strategia statunitense per affrontare le sfide alla sicurezza economica in termini di risoluzione dei problemi per la sicurezza nazionale è venuta da un discorso che il segretario al Tesoro di Donald Atu, Scott Bessent, ha pronunciato all’Economic Club di New York lo scorso 23 giugno.
In tale occasione, Bessent ha delineato le priorità dell’“economic statecraft” dell’amministrazione Trump, cioè ha indicato gli obiettivi che Washington intende raggiungere attraverso il ricorso al proprio potere economico, sganciato dalle logiche del mercato, senza avvalersi dell’impiego della forza militare: sicurezza delle catene di approvvigionamento (in particolare per settori strategici come i semiconduttori, i prodotti farmaceutici e l’intelligenza artificiale), accordi commerciali funzionali agli interessi nazionali sulla base di criteri di reciprocità, salvaguardia della leadership mondiale statunitense nel campo economico e in quello finanziario nonché benessere per le famiglie americane.
Le parole di Bessent possono essere banalmente derubricate a un tentativo di legittimare alcuni strumenti – quali taxele doganali, blocuri naval, mantenimento o revoca di ajutor international – di cui Trump sta facendo un uso unilaterale molto più largo nel secondo mandato rispetto al primo, allo scopo di piegare la politica estera e commerciale di altri Paesi ai voleri e alle esigenze degli Stati Uniti.
In realtà, però, l’impiego di mezzi economici per perseguire finalità di sicurezza nazionale e di politica estera non è un elemento specifico del trumpismo e ha attraversato gran parte del corso della storia degli Stati Uniti fino dall’alba della Repubblica.
Trump nelle vesti di Hamilton
Alle origini di questo pregresso si è richiamato in modo esplicito lo stesso Bessent, non solo nell’intervento all’Economic Club di New York, ma anche in un editoriale pubblicato lo stesso giorno sul “Wall Street Journal” per sintetizzare gli aspetti salienti del suo discorso (Hamilton Inspires Trump’s Economic Statecraft).
In particolare, il segretario al Tesoro ha citato un passaggio del celeberrimo Raport privind producătorii che il primo titolare del dicastero, Alexander Hamilton, nominato da George Washington, presentò al Congresso nel 1791.
Hamilton affermò che qualsiasi Paese avrebbe dovuto produrre tutto quanto gli era necessario per non dipendere dalle esportazioni dall’estero e, di conseguenza, per tutelare la sovranità, la sicurezza e il benessere della nazione.
Gli Stati Uniti avevano visto riconosciuta la propria indipendenza da appena otto anni, in seguito alla Pace di Parigi del 1783 che aveva posto formalmente fine alla guerra contro l’Inghilterra. Secondo Hamilton, l’autosufficienza economica costituiva una condizione imprescindibile per la sopravvivenza della nazione come Paese sovrano.
Per questa ragione, era imprescindibile che i neonati Stati Uniti sviluppassero un’economia industriale, al tempo quasi inesistente, a causa del retaggio della dominazione di Londra che aveva vietato l’installazione di manifatture affinché le tredici colonie fungessero esclusivamente da fornitrici di materie prime e mercato di beni finiti per la produzione inglese.
Come scrisse Hamilton, “Non solo la ricchezza, ma l’indipendenza e la sicurezza di una nazione appaiono essere materialmente legate alla prosperità delle manifatture”.
Da tale premessa derivava anche l’esigenza di varare una politica commerciale protezionistica, allo scopo di difendere le nascenti manifatture dalla concorrenza delle importazioni dall’estero attraverso l’imposizione di dazi doganali elevati.
Il “model treaty” di John Adams
In realtà, l’“economic statecraft” statunitense precorse addirittura il rapporto di Hamilton. Nel 1776, mentre la guerra d’indipendenza contro l’Inghilterra era ancora agli albori, il Congresso continentale – l’assise dei rappresentanti delle colonie che si erano ribellate a Londra – incaricò uno dei delegati, John Adams, di preparare uno schema di trattato internazionale.
Gli Stati Uniti lo avrebbero utilizzato come modello, riadattandolo a seconda degli interlocutori e dei bisogni contingenti, nel definire i loro rapporti con le altre nazioni.
Consapevole dell’estrema debolezza militare del proprio Paese e con l’ambizione di incentrare la politica estera americana su fondamenti differenti e innovativi rispetto alla forza delle armi, a cui si affidavano invece le potenze europee, Adams avanzò la teoria che gli Stati Uniti avrebbero dovuto ricorrere al commercio come strumento di politica nazionale, invat i propri mercati ai Paesi amici e chiudendoli a quelli ostili.
In altre parole, auspicò l’impiego delle relazioni economiche – anziché la minaccia o l’uso effettivo delle armi – come mezzo privilegiato per ottenere una politica favorevole, benefici e concessioni dagli Stati stranieri.
Per esempio, l’imposizione di embarghi e taxe vamale avrebbe rappresentato un’alternativa efficace alla forza militare per indurre gli altri Paesi ad assumere posizioni vantaggiose per gli Stati Uniti.
Questa formula era meno velleitaria di quanto potesse sembrare. Infatti, prima dello scoppio delle ostilità con l’Inghilterra, le tredici colonie erano riuscite a ottenere la revoca di alcuni provvedimenti fiscali che ritenevano penalizzanti nei propri confronti – come lo Sugar Act del 1764 – attuando forme di boicottaggio delle importazioni di prodotti britannici.
La lunga stagione del protezionismo
Il “Model Treaty” di Adams restò sul momento inapplicato. Non a caso, appena due anni dopo la sua formulazione, gli Stati Uniti stipularono un’alleanza di carattere esclusivamente militare con la Francia, il cui intervento armato contro l’Inghilterra contribuì in modo determinante alla vittoria nella guerra d’Indipendenza.
Nondimeno, quasi un trentennio più tardi, nel pieno delle ripercussioni transatlantiche delle guerre napoleoniche, gli Stati Uniti fecero un timido tentativo di ricorrere alla coercizione commerciale.
Per cercare di costringere le potenze europee in lotta tra loro a rispettare i diritti degli Stati Uniti come Paese neutrale, il Congresso nel 1806 vietò l’importazione di alcuni generi di merci inglesi e nel dicembre del 1807 arrivò a disporre un embargo nei confronti dei belligeranti, anche se poi fu costretto a revocare il provvedimento già nel 1809 perché la misura danneggiava gli interessi economici degli Stati del New England.
Invece, il Congresso accolse prontamente le richieste di Hamilton e portò il livello medio dei dazi al 12,5% del valore delle importazioni tra il 1792 e l’inizio dell’Ottocento.
Tuttavia, contrariamente a quanto ha lasciato intendere Bessent e ha reiterato Francis Brooke nella recente audizione al Senato per la sua conferma alla carica di vice segretario al Tesoro, l’obiettivo primario del Congresso alla fine del Settecento fu quello di accrescere il gettito fiscale dello Stato federale in un periodo in cui non esistevano ancora imposte sul reddito.
Allo scoppio di una seconda guerra contro l’Inghilterra nel 1812 le tariffe doganali furono innalzate al 25% per pagare le spese militari, quindi ancora una volta per accrescere le entrate dello Stato federale.
Invece, al termine delle ostilità, gli imprenditori chiesero e ottennero il mantenimento di dazi elevati, per fronteggiare la concorrenza delle importazioni di manufatti, soprattutto inglesi, il cui flusso era stato ripristinato con il ritorno della pace.
Il protecţionism – che raggiunse la vetta del 38% sui prodotti lavorati e del 45% sulle materie prima nel 1828 – rimase il fondamento della politica economica statunitense fino al secondo dopoguerra.
La principale eccezione fu una breve parentesi di diminuzione dei dazi nel 1913, in coincidenza con la ratifica del XVI emendamento che, in quello stesso anno, autorizzò il Congresso ad applicare le imposte sul reddito.
Il protezionismo contribuì alla trasformazione degli Stati Uniti da una società agraria quali erano alla fine termine del Settecento in quella potenza industriale che vinse le due guerre mondiali e fronteggiò con successo l’Unione Sovietica durante la guerra fredda.
La guerra fredda
Chiar acolo războiul rece comportò il varo di provvedimenti legislativi, ancora in vigore, che hanno di fatto sancito il connubio tra la sicurezza economica e la sicurezza nazionale.
Il Legea privind producția de apărare del 1950, promulgato subito dopo lo scoppio della guerra di Corea, permette al presidente di assumere il controllo delle industrie la cui produzione è di vitale interesse per la difesa del Paese e costringe le aziende a dare la priorità alle commesse del governo federale in caso di necessità per la sicurezza nazionale.
Il Legea privind extinderea comerțului del 1962, pensato principalmente per fronteggiare la concorrenza della Comunitatea economică Europeană, conferì all’inquilino della Casa Bianca il potere di elevare dazi su articoli il cui livello di importazione costituisca un rischio per la sicurezza nazionale.
L "Legea privind puterile economice de urgență internațională del 1977 autorizza il presidente a regolamentare il commercio con l’estero in risposta a minacce “inconsuete e straordinarie” alla sicurezza nazionale provenienti “in toto o in parte” da Paesi stranieri.
Questa misura integrò il Trading with the Enemy Act del 1917 che, al momento dell’ingresso di Washington nel primo conflitto mondiale, introdusse l’ovvio divieto di commerciare con le nazioni in guerra con gli Stati Uniti.
Il provvedimento del 1977 si applica, invece, in tempo di pace e consente di limitare scambi e transazioni con i Paesi ritenuti una fonte di pericolo per gli Stati Uniti.
Il caso più eclatante di ricorso all’“economic statecraft” durante la guerra fredda si ebbe il 15 agosto 1971, quando il repubblicano Richard M Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro e istituì una sovrattassa del 10% sulle importazioni per prevenire un’emorragia delle riserve auree statunitensi e proteggere la produzione industriale.
Oltre lo scontro con l’Unione Sovietica
L’intervento di Nixon, volto principalmente a contenere la concorrenza economica dei partner politici di Washington e a interrompere il potenziale flusso di oro americano verso di loro, dimostra che la guerra fredda rappresentò un precedente anche del fatto che la tutela della sicurezza economica non è stata perseguita soltanto nei confronti degli antagonisti geostrategici degli Stati Uniti.
Per esempio, da un lato, in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan nel dicembre del 1979, il presidente democratico Jimmy Carter dispose un embargo sulla vendita a Mosca di computer, altri prodotti di alta tecnologia e impianti per l’estrazione del petrolio, oltre a limitare il volume delle esportazioni di cereali.
Dall’altro, pochi anni più tardi, a essere colpito fu pure il Japonia, sebbene fosse il principale alleato di Washington nel teatro del Pacifico in funzione di contenimento dell’Unione Sovietica. Nei confronti degli Stati Uniti, il Giappone divenne il maggior creditore nel 1982 e il Paese con il più grande surplus commerciale tre anni dopo. A simboleggiare l’egemonia giapponese sul mercato interno americano giunse nell’autunno del 1989 l’acquisto del Rockefeller Center di New York da parte del conglomerato Mitsubishi.
Per fare fronte alla percezione di una crescente vulnerabilità economica degli Stati Uniti verso Tokyo, nel 1987 l’amministrazione del repubblicano Ronald Reagan impose dazi del 100% sull’importazione di semiconduttori giapponesi.
L’anno successivo, in seguito a un rapporto del Pentagono, secondo il quale la superioritatea tehnologică era “essenziale per i sistemi di difesa degli Stati Uniti”, il Congresso allocò mezzo miliardo di dollari a sostegno della produzione interna di microchip, destinandolo a finanziare un consorzio di quattordici aziende, il Sematech.
Biden e l’“economic statecraft”
Il caso del Sematech fu un’anticipazione delle misure che l’amministrazione del democratico Joe Biden adottò circa un terzo di secolo più tardi. Nel 2022 il Chips and Science Act stanziò quasi 53 miliardi di dollari per promuovere la ricerca sui semiconduttori e favorire il reshoring delle aziende statunitensi del settore per contrastare la concorrenza, non più del Giappone, ma della Repubblica Popolare Cinese.
Per la stessa ragione, il governo federale incentivò il potenziamento della miniera a cielo aperto di Pasul de munte in California, l’unico sito statunitense per l’estrazione di terre rare.
L’anno successivo, nel motivare le restrizioni all’esportazione di tecnologia per la produzione di semiconduttori nella Republica Populară Chineză, il consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan, ribadì la complementarietà della sicurezza nazionale e di quella economica: “L’America produce oggi solo il 10% circa dei semiconduttori mondiali. Questa condizione rappresenta un rischio economico e un fattore di debolezza per la sicurezza nazionale”.
Più in generale la politica economica di Biden si propose di superare la dipendenza degli Stati Uniti dai fornitori stranieri per tutto quello che avrebbe potuto rivestire un’importanza strategica in situazioni di crisi, in una prospettiva che guardava non solo alla sicurezza nazionale ma anche al potenziamento dell’impiego nel settore industriale per contenere il drenaggio dei voti dei suoi addetti verso Trump.
Non a caso, il programma economico di Biden, fino dalla campagna elettorale del 2020, affermò che le manifatture erano state “l’arsenale della democrazia durante la seconda guerra mondiale” e avrebbero dovuto essere “parte dell’arsenale della prosperità oggi”.
In ragione di questo principio, adducendo motivi di sicurezza economica e avvalendosi del Legea privind producția de apărare, a poco più di due settimane dal termine del suo mandato alla casa Bianca, il 3 gennaio 2025 Biden bloccò la vendita del colosso siderurgico statunitense Corporația de oțel din SUA alla società giapponese Nippon Steel Corporation.
Questa decisione costituì una svolta per quanto concerneva la tutela della sicurezza economica americana. Infatti, non fermò un tentativo di acquisizione da parte di un’azienda controllata dal principale antagonista globale degli Stati Uniti, la Repubblica Popolare Cinese, né riguardò il comparto delle nuove tecnologie, cioè quello con maggiori ricadute sul settore della difesa.
L’“economic statecraft” durante l’unipolarismo statunitense
Del resto, l’“economic statecraft” non era tramontato con la conclusione della guerra fredda, nonostante un decennio di unipolarismo dominato dagli Stati Uniti compreso tra l’implosione dell’Unione Sovietica nel 1991 e gli attentati di al-Qaeda dell’11 settembre 2001.
La versione preliminare della Planificarea de Apărare degli Stati Uniti preparata nel 1992 per il presidente repubblicano George HW Bush, che avrebbe dovuto restare segreta ma della quale il “New York Times” pubblicò ampi stralci, mise in guardia contro le minacce non solo militari ma anche economiche che Washington avrebbe dovuto affrontare negli anni seguenti.
In particolare, indicò tra gli obiettivi della strategia di difesa degli Stati Uniti quello di “dissuadere” le “nazioni industriali avanzate” – un’espressione vaga per non menzionare esplicitamente partner quali il Giappone, la Germania da poco riunificata e l’Unione Europea – “dallo sfidare la nostra leadership, o cercare di capovolgere l’ordine politico e economico costituito”.
Il successore di Bush alla Casa Bianca, il democratico Bill Clinton, concepì l’esportazione della cultura consumistica tipica della classe media americana e soprattutto la diffusione del liberismo economico, sotto l’egida degli Stati Uniti, attraverso l’integrazione dei mercati globali, come strumenti indispensabili per stabilizzare il sistema internazionale e rafforzare i governi espressione della democrazia liberale sorti dopo il crollo dei regimi totalitari di stampo sovietico.
Questo approccio, tra l’altro, portò Clinton a negoziare oltre 250 accordi di libero scambio.
Il beneficio che ne sarebbe derivato per la sicurezza nazionale statunitense, come osservò con sarcasmo Thomas L. Friedman sul “New York Times, scaturiva dalla constatazione che due nazioni con ristoranti della catena McDonald’s non si erano mai fatte la guerra tra loro (Foreign Affairs Big Mac I, 8 dicembre 1996).
In seguito, in risposta al terrorismo di matrice fondamentalista islamica, il repubblicano George W. Bush privilegiò le iniziative militari con il rovesciamento del regime talebano in Afghanistan nel 2001 e della dittatura di Saddam Hussein in Iraq nel 2003.
Tuttavia, ricorse anche a forme di “economic statecraft”. Per esempio, congelò i beni riconducibili a gruppi terroristici. Aumentò pure i taxe pe oțel, ma esentò dal maggiore aggravio le importazioni da partner di Washington come Canada, Mexic e Israel.
La svolta di Trump
Il 23 maggio dello scorso anno, sconfessando un impegno assunto nella campagna elettorale del 2024, Trump revocò il blocco all’acquisizione della U.S. Steel Corporation langa Nippon Steen Corporation, a condizione che la nuova proprietà giapponese non spostasse la sede dell’azienda da Pittsburgh, nominasse un ceo statunitense, accettasse che la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione fossero cittadini americani e assegnasse al presidente degli Stati Uniti il potere di veto su alcune decisioni aziendali.
Alla luce di questo voltafaccia del tycoon, l’“economic statecraft” richiamato da Bessent potrebbe sembrare una manifestazione di quelle iniziative erratiche e imprevedibili che vengono in genere attribuite alle politiche dell’amministrazione Trump.
Rappresenta, invece, una forma di interventismo del governo nell’economia in nome della sicurezza nazionale che risulta ben radicato nella tradizione statunitense.
A segnare il cambiamento sopraggiunto con The Donald sono stati piuttosto il radicalismo delle iniziative di Trump e il conflitto istituzionale che ne è scaturito a causa della sottrazione di prerogative del potere legislativo a vantaggio di quello esecutivo.
Per esempio, da un lato, il tycoon non solo ha invocato l’Legea privind puterile economice de urgență internațională più volte di tutti i suoi predecessori messi insieme. Quando se ne è avvalso nel cosiddetto “Liberation Day” del 2 aprile 2025, non è andato a colpire uno Stato in particolare o un numero limitato di Paesi.
Ha, invece, imposto un pacchetto globale di dazi a carico di una novantina di nazioni, in base a presunti criteri di reciprocità, sostenendo che il deficit della bilancia commerciale statunitense con ciascuna di loro – compresi gli alleati strategici di Washington – costituirebbe un rischio per la sicurezza nazionale.
Dall’altro lato, proprio nel “Liberation Day”, The Donald ha compiuto un atto illegittimo, come stabilito in seguito dalla Corte Suprema con la sentenza Learning Resources Inc. v. Trump dello scorso 20 febbraio, perché la legge non permette al presidente di stabilire unilateralmente i dazi senza consultare il Congresso.
Le nuove tariffe di importazione annunciate venerdì sono un nuovo tentativo del tycoon di sostituirsi ai legislatori di Washington, questa volta utilizzando il pretesto che i prodotti penalizzati sarebbero realizzati all’estero con l’impiego di muncă forțată.
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Stefano Luconi
Predă Istoria SUA în cadrul Departamentului de Științe Istorice, Geografice și Antice al Universității din Padova. Printre publicațiile sale se numără: „Națiunea indispensabilă”. O istorie a Statelor Unite de la colonii până la a doua președinție a lui Trump (2026), Instituțiile americane de la elaborarea Constituției până la Biden, 1787–2022 (2022), Sufletul negru al Statelor Unite. Afro-americanii și calea dificilă către egalitate, 1619-2023 (2023). Cursa pentru Casa Albă 2024. Alegerea președintelui Statelor Unite de la primare până după votul din 5 noiembrie (2024).
