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Drought and record heat: Summer 2026 will cost Italy billions: production at risk and businesses under pressure.

Caldo e siccità mettono sotto pressione l’agricoltura italiana: Cia e Confagricoltura stimano oltre 1,5 miliardi di danni, mentre Coldiretti porta il conto degli eventi estremi oltre 3 miliardi. A rischio raccolti, allevamenti e tipicità del Made in Italy

Drought and record heat: Summer 2026 will cost Italy billions: production at risk and businesses under pressure.

Il conto dell’estate 2026 non arriva soltanto con le record temperatures. Arriva dai campi, dalle risaie e dalle stalle, dove la mancanza d’acqua e il caldo stanno mettendo sotto pressione raccolti e produzioni. Secondo le stime di Confagricoltura e Cia, il caldo di questa estate potrebbe provocare più di 1,5 miliardi di euro di danni all’agricoltura italiana. Se si considerano anche grandine e incendi, la stima di Coldiretti porta il conto complessivo degli eventi estremi legati al clima oltre i 3 miliardi di euro.

What weighs most is the drought, Which has colpito circa il 60% del territorio italiano. E gli effetti si stanno facendo sentire lungo tutta la filiera, dalle coltivazioni agli allevamenti, fino ai costi sostenuti dalle imprese. Il problema non è soltanto produrre meno: è riuscire a continuare a produrre quando acqua, energia e materie prime diventano più costose e meno disponibili.

Meno acqua, meno raccolti: dal riso al mais, fino all’ortofrutta

Uno dei segnali più evidenti arriva dalle crops. Confagricoltura stima una riduzione del 10% delle coltivazioni di rice, while the production of wheat exchange market duro è scesa del 9%. Per l’ortofrutta la contrazione prevista è tra il 5% e il 10%, con punte del 20-25% in alcuni comparti. Particolarmente critica la situazione del closest: lo stress idrico ha colpito fioritura e riempimento della granella e, nelle aree più colpite di Piemonte e Lombardia, i danni secondo Coldiretti hanno superato il 30%, con punte fino al 70%. In alcune zone il raccolto rischia di essere azzerato.

Nelle risaie l’acqua ha iniziato a scarseggiare prima del previsto, anche a causa dello scioglimento anticipato della neve sulle Alpi, che ha ridotto una delle riserve naturali disponibili nel periodo di maggiore fabbisogno. Non conta quindi solo quanto piove, ma soprattutto quando arriva l’acqua e quanta ne rimane quando serve. La siccità mette così sotto pressione produzioni diverse: in Piemonte, il caldo ha anticipato la raccolta delle hazelnuts, ma le stime sono state riviste al ribasso per la cascola e il rischio di frutti più piccoli. In Calabria, invece, Coldiretti stima per il bergamot perdite superiori al 60%, mentre in Toscana il caldo e la siccità minacciano anche le spore del White truffle.

Tra i comparti più vulnerabili c’è the fruit and vegetables irrigua, esposta a scarsità d’acqua, temperature estreme, eventi atmosferici, parassiti e malattie. Il caldo può provocare scottature sui frutti, rendendo parte della produzione non commerciabile, mentre le coltivazioni in serra possono essere costrette a chiudere prima la stagione. Il problema, inoltre, viene da lontano: tra il 2010 e il 2020, secondo gli ultimi censimenti agricoli Istat, sono scomparsi circa 38 mila ettari coltivati a frutta e quasi 50 mila ettari di ortive. L’estate 2026 rischia quindi di aggiungere un altro capitolo a una trasformazione già in corso.

Also for the oil il quadro varia molto da zona a zona. Dopo un 2025 difficile, le prime stime di Unaprol, Coldiretti e Foa Italia indicano per il 2026 un possibile recupero di circa il 30%, fino a 300 mila tonnellate. Il dato nazionale nasconde però forti differenze: Puglia e Calabria potrebbero crescere del 30-40%, mentre nel Nord Italia le prime indicazioni parlano di un calo vicino al 40%. Nel Centro le stime vanno dalla sostanziale tenuta a una riduzione del 10-15%. Sono comunque dati preliminari, destinati a cambiare in base all’andamento climatico delle prossime settimane.

Il caldo entra nelle stalle e fa salire il costo della produzione

La carenza d’acqua non si ferma ai campi, ma finisce per pesare anche sugli farms. Nel Nord Italia la produzione di fodder è diminuita del 30-40%, secondo le stime riportate da Coldiretti, rendendo più difficile garantire la permanenza degli animali in montagna e la continuità produttiva delle aziende. Il caldo estremo incide direttamente anche sulla produzione di milk: Coldiretti stima una diminuzione media superiore al 20% tra giugno e luglio, mentre nel Delta del Po Confagricoltura segnala una riduzione compresa tra il 5% e il 10%. Negli alpeggi piemontesi il calo è ancora più evidente: dalle normali 7-8 quintali di latte al giorno si è passati agli attuali 2-3 quintali, con conseguenze inevitabili anche sulla produzione di formaggi.

A diminuire, però, non è soltanto la quantità prodotta: aumentano anche le spese necessarie per mantenere in attività le companies. Negli allevamenti la spesa per refrigerare il latte e climatizzare le stalle è cresciuta di circa il 30%, mentre a luglio i costi delle imprese agricole sono aumentati del 4,5% su base annua e i prezzi dei prodotti sono diminuiti di oltre il 10%, secondo i dati citati da Confagricoltura. A complicare ulteriormente il quadro ci sono fuels e fertilizers, il cui prezzo è aumentato rispettivamente del 44% e del 9%. Si crea così un paradosso sempre più difficile da sostenere: le aziende agricole producono meno, ma spendono di più. Per alcune la redditività si riduce al punto da rendere meno conveniente continuare a produrre; altre iniziano invece a valutare colture diverse e più adatte alle nuove condizioni climatiche.

Dall’agricoltura alla tavola: perché il conto può arrivare alla filiera

Gli effetti non si fermano quindi alle aziende agricole. L’agroalimentare italiano è uno dei pilastri dell’economia nazionale e ha un peso rilevante anche sui mercati esteri: nel 2025 ha generato il 16,9% del valore aggiunto agricolo dell’Unione europea, davanti a Spain, France e Germany. Nello stesso anno le exports agroalimentari italiane hanno raggiunto 72 miliardi di euro, con una crescita del 5% rispetto all’anno precedente. Tra i principali mercati figurano la Germania, con 11,2 miliardi di euro di esportazioni, la Francia con 7,9 miliardi e gli Stati Uniti con 7,4 miliardi.

An difficult season può ripercuotersi sull’intera filiera: meno prodotto e costi più alti possono pesare sull’industria alimentare, sulla distribuzione e, nel tempo, sui prezzi al consumo. I prodotti Dop sono più protetti dalla forte differenziazione qualitativa e dalla minore sensibilità al prezzo, mentre per altre produzioni aumenta il rischio di costi più alti e redditività più bassa.

Il problema riguarda anche l’Europa. Secondo Triodos Bank, il summer heat could costare all’Unione europea circa 180 miliardi di euro, pari all’1,1% del Pil. L’Italia è il secondo Paese più esposto dopo la Francia. Meno acqua significa raccolti più incerti, temperature elevate aumentano i costi degli allevamenti, mentre grandine e incendi possono danneggiare produzioni e infrastrutture, aumentando la pressione sulla filiera.

Per questo le organizzazioni agricole chiedono di andare oltre la emergency management. Confagricoltura indica la necessità di infrastrutture idriche resilienti, mentre Co. mette tra le priorità anche ricerca varietale, tecniche agronomiche di adattamento e strumenti rapidi di copertura del rischio climatico. Coldiretti chiede invece di accelerare sul Piano invasi con sistemi di pompaggio, per raccogliere l’acqua quando è disponibile e utilizzarla nei periodi di maggiore necessità. Perché la sfida, ormai, non è soltanto affrontare l’emergenza di un’estate molto calda, ma capire quanto costa continuare a produrre in un clima sempre più difficile da prevedere.

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