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Prometeia: altri 7 anni di crisi ma nessun cigno nero e dal 2013 la ripresa

RAPPORTO PROMETEIA – Secondo il centro di previsioni economiche bolognese siamo solo a metà della crisi che è scoppiata nel 2007 e durerà fino al 2019: 12 anni in tutto prima di tornare a livello produttivi e di crescita come all’inizio del 2007 – Prima però arriverà la ripresa che in Italia dovrebbe essere modesta l’anno prossimo e consolidarsi nel 2014

E’ inutile farsi illusioni, ma sarebbe autolesionista disperarsi: a Pasqua del 2012 siamo solo a metà della crisi. La prima vera crisi globale, cominciata nellì’agosto del 2007 in America con l’emergenza dei mutui surprime, è destinata a durare fino al 2019: 12 anni in tutto. Solo dopo di allora si tornerà ai livelli produttivi e di crescita pre-crisi, cioè di inizio 2007. A sostenerlo non sono gli astrologi ma Prometeia, il più accreditato centro di ricerche e previsioni econometriche d’Italia nel rapporto appena stilato dal team di economisti guidato da Paolo Onofri. Per fortuna la ripresa arriverà prima: per l’Italia l’uscita dalla recessione è prevista nell’ultima parte dell’anno con la prospettiva di segnare una modesta crescita l’anno prossimo (+0,4%) che dovrebbe però consolidarsi (+1,4%) nel 2014. 

Dalla recessione non usciremo come siamo entrati e in generale l’Occidente crescerà meno mentre i Paesi emergenti tireranno la volata, anche se con meno slancio. Incrociando le dita, secondo gli economisti di Prometeia, non si vedono cigni neri ed eventi catastrofici in arrivo, ma qualche cigno grigio sì e la nebbia sarà ancora fitta sul futuro delle nostre economie. C’è l’incognita elettorale (in Europa come in negli Usa), ci sono debiti pubblici generalmente più elevati di qualche anno fa e sempre pronti ad alimentare – specie nell’eurozona – il rischio sovrano e a riflettersi pesantemente sui bilanci delle banche e sul trend di Borsa, ma c’è anche la crescita dei debiti delle famiglie (soprattutto in America e in Inghilterra) e ci sono le restrizioni fiscali che pesano negativamente sui consumi e sugli investimenti senza sapere se il Fiscal Compact sarà o no un passo verso l’unione fiscale. Sull’altro piatto della bilancia c’è la ragionevole convinzione che l’atterraggio della Cina e l’uscita dalla sua bolla immobiliare saranno morbidi e anche la previsione che i problemi di bilancio dell’eurozona saranno meno gravi, anche se Grecia, Portogallo e Spagna dovranno costantemente essere tenuti sotto controllo.

Quel che veramente preoccupa è la crescita: debole in America e ancora di più in Europa, dove la Germania non farà da locomotiva, e dove i programmi d’austerità fanno sentire tutto il loro peso. Non è un caso che proprio in questi giorni la nuova ondata speculativa condotta dagli hedge funds anglosassoni più aggressivi nei confronti dell’eurozona punti a mettere a nudo non tanto i problemi di bilancio dei Paesi europei più esposti ma la pesantezza della recessione e la loro difficoltà ad uscire dal cerchio perverso alimentato da austerità e da mancanza di crescita. Da questo punto di vista non stupisce che l’Italia rischi di tornare nell’occhio del ciclone dei mercati, che lo spread Btp-Bund sia preoccupantemente risalito e che il nostro Paese sia stato nel decennio quello che meno è cresciuto in Europa. Per fortuna c’è un premier come Mario Monti che è perfettamente consapevole che oggi il problema della crescita è la priorità assoluta dell’Italia, ma che per rispettarla non ci sono scorciatoie ma riforme, riforme, riforme: da fare senza soluzione di continuità.

L’ultimo rapporto di Promteia conferma che solo l’export ci darà una mano ad uscire dalla recessione ma non basterà. Senza una robusta crescita della produttività – che significa lavorare di più ma anche lavorare meglio – e senza una scossa a investimenti e consumi non riusciremo a svoltare. Ma il futuro è nelle nostre mani. Accelerare sulla crescita è difficile, ma non impossibile. Non si tratta di sognare miracoli ma, dopo la riforma del mercato del lavoro, due obiettivi vanno ora messi in cima a tutto: la riduzione delle tasse sul lavoro e sulle imprese per incentivare consumi e investimenti e lo sblocco dei pagamenti (70 miliardi di euro) della Pa alle imprese. Monti ne è perfettamente consapevole: dopo i sacrifici, ora gli italiani vogliono intravedere i frutti dello sviluppo. La vera emergenza di oggi è la crescita che non c’è: riattivarla è la priorità delle priorità.

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