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Mondiali -1: due Brasile diversi sognano la Coppa

Mentre si avvicina il fischio d’inizio dei mondiali di calcio, si va configurando l’immagine di un Paese spaccato in due: da un lato la sua immagine istituzionale, festosa e patinata, dall’altro le proteste del popolo – Nel mondiale della new wave del calcio, il Brasile gioca contro storia e tradizione, in cerca di una vittoria necessaria.

Mondiali -1: due Brasile diversi sognano la Coppa

Le croci rosse sui palloni giganti, sulla spiaggia di Copacabana. E ancora, i murales che decorano le strade brasiliane. Mani diverse, ma un unico denominatore comune: le lacrime di un bambino denutrito e il pallone come una fiera crudele, mostro ingordo (o, nel migliore dei casi, inutile) che tutto fagocita. E i cortei, quelli già fatti, quelli già annunciati, quelli che spunteranno come anomali funghi nell’estate rovente.

Dall’altra parte c’è il Brasile da favola, tutto spiagge e culi, con la sua scontata joie de vivre e i bambini (magri, per carità, ma neanche troppo) che calciano palloni antichi nella sabbia o nelle stradine sterrate delle periferie che non sono ancora favelas. Il Brasile da cartolina, perfettamente raccontato da quello strano intruglio di luoghi comuni che è “Ole Ola”, l’inno neanche tanto orecchiabile del mondiale, che fa sembrare “Waka Waka” la nona di Beethoven.

Ascolti queste due storie e ti chiedi fino a che punto arrivi la narrazione. Cerchi di avvicinarti, ma la distanza rimane troppa per una comprensione che possa almeno sembrare autentica. Quindi rinunci e guardi al passato, in cerca di una specie di sanzionamento, oppure di un ordine matematico/scaramantico che renda computabile ogni cosa, e ti chiedi che Mondiali saranno.

Saranno i mondiali della reclamizzata new wave del calcio, un’infornata di nuovi talenti che lottano per uscire dalla banalità. Dei Gotze, dei Pogba, dei Lukaku, degli Hazard, dei Verratti. Del Belgio che è talmente tanto un outsider da essere diventata una favorita, della Spagna che ha vinto tutto e sembra un po’ sfiatata (anche se le sue squadre dominano l’Europa intera), i mondiali di un’Olanda dimessa e di una Francia impronosticabile.

Saranno i mondiali dell’Argentina e del Portogallo, con i loro due personaggi (Messi e Ronaldo) ancora in cerca di autore, con la maglia delle loro nazionali. Troppo piccoli oppure troppo grandi, in ogni caso fuori misura. Della bella Germania di Low che, dopo aver fatto mille volte la damigella, prova a diventare sposa.

Saranno i mondiali dell’Italia che, sempre appesa alle maree e ai tweet del neo fidanzato Balotelli, rimane un mistero insondabile. Non convince nessuno, ma forse è meglio così. Rendiamo di più nelle difficoltà, ci diciamo, e pensiamo al silenzio stampa dell’82 (anche quelli che ancora non erano nati) e allo scandalo di Calciopoli che travolse la spedizione vincente del 2006. Ma forse, ci diciamo ancora, i cinguettii incazzati del contumace Pepito Rossi o le polemicucce sulle altalenanti concezioni etiche del nostro Ct non basteranno.

Saranno, soprattutto, i mondiali del Brasile, di un popolo che alza la voce, sapendo che, tra una partita e l’altra, ci sarà qualcuno ad ascoltarlo e male che vada ci scappa un servizietto di costume nel tg sportivo delle sette. I mondiali di una squadra a cui si chiede ogni cosa: di giocare contro se stessa, contro i suoi limiti e contro la sua storia. Contro il Maracanaço (ancora una volta il sanzionamento del passato) e contro l’idea di una vittoria mai così inevitabile, nella speranza che le piroette del social addicted Neymar mettano a dormire un popolo arrabbiato e confuso (l’immagine del calcio come oppio dei popoli è tanto logora da essere diventata vintage), che ha scoperto che a casa sua stanno facendo una festa, ma sente di non essere stato invitato.