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CICLISMO – 53 anni fa moriva il campionissimo Fausto Coppi: le sue parole sulla droga fanno meditare

Ricordo del campionissimo morto a 40 anni il 2 gennaio 1960 – Sul doping il grande Fausto diceva: “Sono un professionista: se esiste una medicina che mi fa andare più forte, non esiterei a servirmene purché non danneggi la salute. Bartali giura di non farne uso: affari suoi. Ma la droga non trasforma un brocco in un campione” – Parole che fanno riflettere

CICLISMO – 53 anni fa moriva il campionissimo Fausto Coppi: le sue parole sulla droga fanno meditare

Fausto Coppi moriva alle 8.45 del 2 gennaio 1960, stroncato dalla malaria contratta nell’Alto Volta e scambiata per polmonite all’ospedale di Tortona. Da allora a ogni inizio anno si ricorda il Campionissimo. Quello che cade nel 2013 è il 53° anniversario della sua scomparsa, ma è anche il primo che arriva in un ciclismo che dopo il caso Armstrong, con la condanna retroattiva per doping che l’ha privato dei sette Tour vinti sulla strada, sembra mettere in dubbio, se non addirittura invalidare, cent’anni di libri d’oro. Perché da quando c’è il ciclismo c’è il doping: oggi nelle sue forme più sofisticate dell’epo, un tempo l’additivo proibito lo chiamavano bomba. E a differenza dei nostri giorni quando basta ammettere di averne fatto uso per essere condannati, ai tempi di Coppi se ne poteva parlare senza grandi tabù. Tutti ricordano, perché spesso riproposto negli amarcord televisivi, il duetto di Coppi e di Bartali al Musichiere di Mario Riva, trasmissione di punta del sabato sera della Rai di allora. Parafrasando il ritornello di “Come pioveva”, Fausto canticchiava: “Giri d’Italia ne ho vinti tanti, senza far uso di droghe eccitanti…”. E Gino a seguire replicava: “Giri d’Italia sì lui ne vinceva, ma ne prendeva, oh se ne prendeva!”.

Era l’autunno del 1959, solo qualche mese prima della fatale tournée in Africa, un fascinoso mix di sport e di caccia che intrigò Coppi segnandone il destino. Per Bartali e Coppi era anche l’occasione per annunciare in tv la “strana coppia” per la nuova stagione con il Campionissimo ormai quarantenne che avrebbe corso alle dipendenze del suo grande rivale, nella San Pellegrino, la squadra creata e diretta da Bartali. Ma il destino volle che la storia li ricordasse sempre avversari, antagonisti in tutto, anche sul doping. “Bartali ha giurato di non essersi mai drogato. Un Bartali che giura viene creduto. A ogni modo affari suoi. Per me se trovassi, d’accordo con un medico di fiducia, qualcosa che mi facesse andare senza che il mio fisico subisse danni, non esiterei a servirmene”. Così diceva Coppi in un’esternazione sulla “bomba” raccolta da Rino Negri, firma storica della Gazzetta dello Sport, e riproposta nel magazine speciale che la “rosa” dedicò nell’aprile 1980 alla memoria del Campionissimo. Perché Bartali rifiutasse di drogarsi lo hanno spiegato due suoi vecchi gregari come Corrieri e Soldan a Paolo Alberati, ciclista per passione e autore di due libri su Coppi e Bartali: “Gino la bomba l’aveva provata una volta e l’aveva mandato fuori giri. Era già nervoso di suo: dalle droghe eccitanti riceveva più un disturbo che un vantaggio”.

Coppi sentiva il peso di chiamarsi Coppi. “Sono Coppi se vinco molto, specialmente se vinco quando nessuno se lo aspetta. Per questo dico che se fosse possibile trovare una medicina che non sia dannosa al cuore e al sistema nervoso, non esiterei a prenderla pur di vincere molto, sempre. Ecco, mi piacerebbe da matti essere un chimico per poter fare la grande scoperta”. Oggi la parola proibita è epo, che ossigena il sangue. Allora cosa c’era nella “bomba” contenuta in un borraccino, tenuto in una tasca della maglia a portata di mano per ogni evenienza? La base erano caffè ristretti ben zuccherati, addizionati con pastiglie di stimolanti, dalla simpamina alla più costosa metedrina. Alberati nel suo “Fausto Coppi: un uomo solo al comando” riporta una testimonianza secondo cui lo stesso Coppi, nel finale di un Giro della Campania che stava già dominando, fu visto estrarre una bottiglietta di plastica. La bevve e si involò al traguardo sparendo agli occhi dei rivali ormai alle corde, che lo invocavano di rinunciare almeno a quell’aiuto. Forse era solo caffè perché come spiega lo stesso Coppi nella chiacchierata sugli eccitanti “per uno come me abituato a bere solo acqua minerale per mesi, basta prendere due caffè ristretti per non stare più fermo. Quando invece si beve vino e caffè in continuazione, allora sì che occorrono dosi da mulo perché la bomba funzioni”.

Coppi a questo proposito ricorda di aver visto una santabarbara di medicine entrando per sbaglio in una camera d’albergo di un massaggiatore belga durante il Tour del 1949. “D’altronde c’è chi fa anche tre cure in un anno di stricnina. Un dottore è sempre alle spalle, quando si fanno cure del genere. E c’è chi le fa e non vince quasi mai. La stricnina non trasforma gli uomini da brocchi a campioni. Così come un tubetto di simpamina non cambia in puledro un cavallo da tiro”. Affermazioni quelle di Coppi che riportate ai giorni nostri dovrebbero fare riflettere sulla fretta con cui si sono demonizzati e distrutti personaggi come Pantani e, in questi mesi, lo stesso Armstrong. Non si possono vincere in continuazione Giri e Tour solo con grazie all’epo. Tanto più se per sette Tour – è il caso di Armstrong – ci si è sottoposti a controlli a raffica senza mai risultare positivi. Ecco perché la retroattività della punizione, anche se esemplare per il ciclismo che verrà, appare abnorme. Perché di fatto mette in forse l’ordine di arrivo di oltre cent’anni di corse visto che nemmeno il controllo antidoping riesce a intercettare le manipolazioni sempre più sofisticate di medici e stregoni. Ed è tutta da spiegare come dal 1966, anno del primo controllo antidoping, a oggi Armstrong faccia parte della lista di corridori (sempre meno nutrita) passata indenne alle forche caudine delle analisi di urina e sangue.

Ai tempi di Coppi non c’erano controlli. Ma si incominciava a parlarne tanto che se ne fece uno per prova durante lo svolgimento della Roma-Napoli-Roma, una gara ciclo motoristica a tappe caratterizzata da tratti percorsi dietro derny. “A ricordarla mi metto a ridere a crepapelle”, dice Coppi parlando di quel controllo dopo che nelle stanze di ogni atleta erano state collocati dei recipienti sterilizzati dove fare pipì. “Mi trovarono quasi alcolizzato perché il liquido organico non era il mio ma quello di un massaggiatore che si era prestato per scherzo a urinare al posto mio. Ridicolo. Sono un professionista e faccio ciò che voglio. Se al contrario mi trattate come un dilettante, riducetemi però anche le tasse”. Ammissioni più che sufficienti al giorno d’oggi per mandare agli inferi anche un campionissimo salito nell’empireo più alto degli immortali una mattina fredda e nebbiosa di inizio gennaio di 53 anni fa.

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