Petrolio mai così caro dal maggio scorso
Le tensioni con l’Iran e le speranze di un rilancio dell’economia in Europa e in Cina hanno spinto il Brent oltre la soglia dei 120 dollari al barile e il Wti sopra quota 105 dollari.
AAA
Raffinerie di petrolio
L’Agenzia internazionale dell’Energia continua, giustamente, a ribadire che esistono scorte e mezzi per scongiurare qualunque carenza si debba presentare sui mercati petroliferi internazionali. Ma i rincari del greggio stanno assumendo dimensioni allarmanti. L’inizio della settimana è stato contrassegnato da quotazioni del Brent che hanno toccata punte superiori a 120 dollari al barile, mentre anche a New York il prezzo del Wti si è mosso verso l’alto, superando 105 dollari. Entrambi i valori non si vedevano dall’inizio di maggio, quando però le prospettive dell’economia, specialmente nel vecchio continente, erano considerate più rosee.
Ieri è stata proprio la fiducia sul futuro dell’Europa a esercitare un impatto positivo sulle quotazioni del greggio. Se la via intrapresa per il salvataggio della Grecia si rivelerà vincente, infatti, anche i consumi di combustibili ne saranno influenzati positivamente.
L’altro fattore rialzista, molto meno gradito, è lo spinoso problema del petrolio iraniano. Teheran, come è noto, è il secondo esportatore Opec dopo l’Arabia Saudita e le sue velleità nucleari hanno avuto come conseguenza l’embargo da parte di Usa e Ue, creando una frattura tra la statale Nioc e i suoi clienti occidentali. Teheran ha minacciato di giocare d’anticipo (l’embargo petrolifero europeo inizierà solo il 1° luglio) e ha dichiarato domenica di aver già sospeso le vendite a Francia e Regno Unito, suoi clienti marginali.
Le garanzie di maggiori vendite saudite ci sono, ma contemporaneamente c’è il rischio che si manifestino altre interruzioni delle forniture da parte di paesi socialmente e politicamente in difficoltà, come la Nigeria e la Libia, mentre da mesi sono virtualmente assenti dal mercato anche i greggi siriani. Ciò rende realistico il ricorso in tempi ravvicinati alle scorte strategiche europee, 136 milioni di tonnellate, che corrispondono a circa 120 giorni di consumi. I quantitativi da riversare sui mercati però saranno modesti, anche nel peggiore dei casi. Comunque l’eventuale immissione di scorte strategiche non dovrà essere decisa allo scopo di ridimensionare i prezzi, ma sarà per statuto legata solo a una carenza d’offerta.
Lo scenario ha spinto la speculazione ad accelerare gli acquisti, tanto più che c’è almeno un altro elemento che potrebbe far salire la domanda, e si tratta della Cina, onnipresente nelle cabine di regia dei mercati delle commodities. Le misure appena decise da Pechino per stimolare l’economia potrebbero infatti ridare smalto alla crescita dei consumi di energia elettrica e di carburanti. Se le decisioni della Ue riguardo ai debiti sovrani e della Cina riguardo ai sostegni dell’economia andranno in porto, la richiesta di greggio rischia di salire nettamente, considerando che la domanda Ue (a 27) è il 16% del totale mondiale e quella cinese è intorno all’11%. E per i gestori degli hedge funds questo è il terreno più adatto a nuovi interventi all’acquisto.