L’economia italiana è di nuovo in recessione. Sebbene largamente anticipato, il calo di sette decimi del Pil reale registrato dall’Istat nel quarto trimestre 2011 è rappresentativo di una situazione di grave difficoltà. La flessione italiana è più che doppia di quella accusata nello stesso periodo in Spagna, un paese che come noi vive una impegnativa fase di risanamento a cui però si accompagna una contrazione del credito di proporzioni assai più intense delle nostre.
Guardando indietro alla storia economica italiana è difficile trovare periodi in cui una recessione sia seguita alla precedente nel volgere breve di due-tre anni. Un sommario riscontro operato sulle statistiche elaborate per i 150 anni dall’unità nazionale segnala solo sette casi di successioni ravvicinate di anni di calo del prodotto lordo. Accadde ai tempi della Grande Depressione e negli anni immediatamente successivi alla fine della Grande Guerra. Ma nessun caso di recessioni contigue si era registrato dal Secondo Dopoguerra. Il fatto che accada ora ci dà un ulteriore segnale della delicatezza dell’attuale transizione.
La criticità del passaggio, oltre che nelle risultanze del PIL, si legge nei riscontri diffusi sull’andamento delle esportazioni in valore nell’intero 2011 e nello scorso mese di dicembre. Ombre nuove si allungano su luci consolidate. Le esportazioni, specie quelle verso le dinamiche economie extra-europee, sono state il motore che ha evitato il ritorno della recessione già nella prima parte del 2011. Nondimeno, i numeri sulla chiusura dello scorso anno attestano che in dicembre la crescita dell’export verso i paesi dell’Unione europea si è azzerata. Rimane positiva la marcia del made in Italy sui mercati più lontani dove però gli spazi di espansione sono sempre più selettivi e richiedono soglie più alte di dimensione e di investimenti.
Tornare a crescere è la priorità, anche per dare sostenibilità nel tempo ai progressi nel risanamento. Come è stato di recente autorevolmente osservato dal governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, già il ritorno ad un tasso annuo di crescita dell’un per cento permetterebbe, a parità di altre condizioni, di guardare con serenità al soddisfacimento del nuovo vincolo europeo circa la riduzione costante del rapporto tra debito pubblico e Pil. Il problema è che crescere dell’un per cento non è stato affatto facile negli ultimi dieci anni. Tra il 2002 e il 2011 il saggio italiano di sviluppo è stato per sei volte su dieci inferiore all’un per cento. Viceversa, nei precedenti cinquant’anni accadde solo cinque volte, una volta ogni dieci anni.
Oltre al deficit dei consumi privati e degli sviluppi – auspicabilmente transitori – della recente contrazione del credito, la nuova recessione italiana appare legarsi alla carenza di investimenti fissi. La crisi dell’accumulazione in Italia del capitale delle imprese ha una storia che precede l’attuale recessione e quella del 2008-09. Fatto 100 il volume di dieci anni fa, all’inizio del 2008 il flusso di investimenti era salito di venti punti in Germania e solo di sei punti in Italia. Poi sono venute crisi e recessioni ed oggi gli investimenti sono in Italia otto punti percentuali sotto il volume rilevato alla partenza dell’euro nel 2002 mentre ne risultano quindici punti al di sopra nel caso tedesco.
Il deficit di investimenti fissi realizzati in Italia va ripianato. Farlo richiede restituire convenienza all’accumulazione di capitale produttivo. Occorre correggere la situazione che ha visto nei primi dieci anni di esistenza dell’euro molte imprese italiane continuare a espandere gli investimenti, ma fuori dei confini nazionali. Ciò è testimoniato dal costante e consistente flusso di investimenti diretti italiani all’estero. Nel 2009 le imprese manifatturiere a controllo italiano operanti all’estero erano seimilacinquecento e occupavano fuori dell’Italia oltre settecentomila addetti. Nei primi dieci mesi del 2011 gli investimenti diretti italiani in uscita hanno superato i quaranta miliardi a fronte di investimenti diretti dell’estero in Italia pari a venti miliardi. Questo flusso importante di risorse testimonia la capacità del “made by Italians” di mantenersi agganciato alla crescita delle nuove economie mondiali che continua a marciare, ma distante dall’Europa. Sta alla stagione intrapresa di virtuose riforme strutturali cogliere la sfida per rilanciare investimenti e produzioni anche in Italia.
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