Entro la fine di questa settimana la Corte costituzionale deciderà sull'ammissibilità dei referendum elettorali. Lo scopo dei quesiti è quello di abrogare l'attuale sistema (il cosiddetto Porcellum, che non consente agli elettori di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento) e ripristinare (almeno in una fase immediata) la precedente disciplina regolata dal Mattarellum. Tre sono le possibili decisioni: 1) bocciare i quesiti perchè, non essendo possibile far rivivere con il referendum una precedente normativa, si aprirebbe un vuoto legislativo, 2) accettarli, dando via libera per l'indizione dei referendum per la prossima primavera, 3) dichiarare i quesiti inammissibili, ma, al tempo stesso indicare precisi motivi di incostituzionalità della legge attuale, invitando così il Parlamento a provvedere rapidamente.
Se la Corte dovesse scegliere la prima opzione (la bocciatura dei quesiti) sarebbe davvero difficile riformare in questa ultima fase della legislatura la legge Calderoli. Sinora, e sono passate quasi due legislature, i partiti (non soltanto quelli del centro-destra) hanno mostrato una consolidata pigrizia a metter mano alla materia. Non sono d'accordo tra loro, non hanno in particolare simpatia il ritorno ai collegi uninominali, preferendo al Mattarellum la soluzione del sistema tedesco, magari con il ritorno alle preferenze. E, dopo tutto, sanno anche che con l'attuale sistema hanno maggiore possibilità di controllare il Parlamento, dovendo, proprio loro, indicare i parlamentari.
A favore della seconda ipotesi (quella del via libera alla consultazione referendaria) si sono dichiarati 111 costituzionalisti (la maggioranza dei titolari di cattedra di materia costituzionale) che hanno sottoscritto un manifesto in tal senso. Senza dubbio, se questa fosse la scelta della Corte, tutto lascerebbe intendere che il referendum, se effettuato, avrebbe successo. Al di là dei sondaggi che prevedono un netto successo dei sì, è palpabile il fastidio che gli elettori di destra, di sinistra e di centro, hanno per l'attuale sistema, che proprio il suo estensore ha, non a caso, definito come "una porcata". Tuttavia il ritorno al Mattarellum non sarebbe scontato. Il Parlamento, prima della chiamata alle urne refrendarie, avrebbe infatti il tempo di cambiare la legge con un'altra che consenta (non stravolgendo gli obiettivi dei quesiti) ai cittadini di scegliersi i deputati.
Della terza soluzione (no ai quesiti, ma invito al Parlamento a cambiare la legge, vista la fragilità costituzionale dell'attuale sistema) si è parlato nei giorni scorsi. Secondo indiscrezioni giornalistiche, prontamente smentite dalla Consulta, si sarebbe già raggiunto un orientamento in tal senso. In pratica i giudici (o meglio la maggioranza di essi) potrebbero dire no ai quesiti perchè, in questo caso, abrogando l'attuale legge, si farebbe rivivere la vecchia ed è opinione comune che finora l'orientamento della Corte sia stato contrario alla reviviscenza. Al tempo stesso però i giudici, sottolineando gli aspetti incostituzionali del Porcellum, metterebbero in mora il Parlamento, con un pressante invito a cambiare la legge.
L'affermazione per la quale, se la Corte si pronunciasse per l'ammissibilità e gli italiani dicessero sì ai quesiti, si aprirebbe un vuoto legislativo è stata ieri contestata da un articolo di fondo di Angelo Panebianco sul "Corriere della sera". Per Panebianco "sarebbe come dire che se nel 1974 gli avversari del divorzio avessero vinto il referendum abrogativo non avremmo più avuto un matrimonio regolato per legge e ci saremmo trovati nella repubblica del libero amore". Una tesi, questa di Panebianco, di non agevole confutazione. A meno di non considerare la materia elettorale sottratta alla possibilità di essere sottoposta a referendum. Cosa che non è, visto che nel nostro Paese altri referendum abrogativi hanno investito la materia elettorale. E con un certo successo.
Un'ultima domanda da porsi riguarda la possibilità che le decisioni della Corte influenzino il già delicato quadro politico, minando magari la tenuta del Goveno Monti. Va ricordato che neanche i risultati dei referendum su divorzio e aborto comportarono effetti devastanti sulla tenuta dei governi e delle maggioranze del tempo (che pure si erano divise su quei quesiti). A maggior ragione non ci dovrebbero essere riprecussioni oggi con il Governo impegnato in uno sforzo decisivo per superare la crisi economica e finanziaria, con il conforto di un presidente della Repubblica, da sempre più attento che mai ad evitare improprie sbandate istituzionali. In ogni caso la questione elettorale non rigarda l'orizzonte di questo governo. E proprio Monti, rispondendo al "Sole 24 ore", ha ribadito la scelta di voler "rispettare il dialogo e le decisioni che si stanno sviluppando tra i partiti", limitandosi ad "auspicare che un'intesa possa portare ad un sistema politico meno conflittuale e più efficace dopo la parentesi del governo dei tecnici".