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Renzi e Prodi, la strana coppia En marche per cambiare l’Europa

13 maggio 2017 - 06:25  di Maria Teresa Scorzoni
I due ex premier a confronto alla John Hopkins University di Bologna sull'Europa dopo la vittoria di Macron: qualche differenza di idee ma piena concordanza sull'opportunità che si apre dopo le presidenziali francesi per rilanciare l'Europa riformandola - "Non c'è Europa senza l'Italia".
Mettersi “en marche” per rilanciare l’Europa: è il filo rosso che unisce Romano Prodi e Matteo Renzi, la strana coppia chiamata dalla John Hopkins University di Bologna, per discutere di elezioni francesi e della vittoria di Emmanuel Macron, insieme al politologo Marc Lazar. I due ex premier, in un dibattito aperto al pubblico, non mancano di scambiarsi qualche battuta salace, ma alla fine su un punto concordano: l’Europa ha una nuova opportunità e non deve lasciarsela scappare. La scommessa di Macron è ardua, spiega Lazar, ci sono tanti ostacoli da superare, a partire dalle elezioni di giugno, che gli consegneranno una maggioranza parlamentare al momento imprevedibile, ma dopo la bocciatura della costituzione europea del 2005, la crisi economica e la batosta della Brexit, forse questa è la prima vera buona notizia per il club dei 27. 

“Da anni - dice Prodi - la Francia era scomparsa dalla scena politica europea. Invece ne abbiamo bisogno, per ridare forza al progetto, alla politica estera, con un paese che ha la bomba nucleare e il diritto di veto alle Nazioni Unite. Dobbiamo archiviare i tempi in cui la Merkel prendeva le decisioni e i francesi facevano la conferenza stampa”. Un protagonista come Macron probabilmente è l’uomo giusto per inaugurare un’altra era, un forte asse Roma-Berlino, che passi anche per Roma.

“Come disse Chirac a un giornalista che dubitava della nostra capacità di entrare all’euro - ricorda Prodi - non c’è Europa senza Italia”. Con i cugini d’Oltralpe, osserva Renzi, si è creata una frattura dopo la vicenda libica del 2011. È una ferita che va rimarginata, perché i due paesi ricomincino a camminare insieme “a braccetto”, collaborando a una grande opera di cambiamento culturale, per trasformare "l'Europa in un luogo dove la globalizzazione sia più civile e gentile”.

Per il leader del pd però mantenere vivo il progetto europeo significa anche cambiarlo: così “non funziona. L’ideale è giusto, ma va reso più forte e più solido e se Macron avrà il coraggio di cambiare le cose gliene saremo tutti grati”. Gli eurobond sono già stati bocciati dai tedeschi, "ma su altri punti c'è un'apertura - osserva Prodi - e forse questo è l'avvio di una trattativa". 

Cambiare, partendo dalle istanze di chi soffre di più la crisi, di chi sposa il populismo, perché non ha altri approdi. “La crisi economica ha massacrato i nostri paesi - sostiene Prodi - e oggi la differenza è fra chi si sente ‘in’ e chi si sente ‘out’”. 

Secondo Renzi “se l’Europa realizzerà un gigantesco piano per le periferie allora riuscirà a sconfiggere il populismo, molto più che con i proclami. L'Italia ha messo 2 miliardi e 100 milioni, ma se l’Europa non fa la sua parte è uno sforzo vano: tutti sono preoccupati per Lampedusa, io sono  preoccupato per le banlieu di Bruxelles, di Parigi, di Marsiglia e per quelle delle nostre città”.

Scuola e lavoro sono  la chiave di volta per ridare fiducia, per sottrarre voti ai populisti, al di là delle ideologie, al di là dei vecchi schemi. “Macron - osserva Lazard - non ha vinto con un programma, ma con un progetto”. Gli steccati destra e sinistra sono superati e i partiti storici sembrano moribondi, “oggi però Macron deve dare un segnale -  sostiene il politologo - e questo è sicuramente la riforma del mercato del lavoro”.

In quest’ambito, rivendica Renzi, l’Italia è un modello, grazie al Jobs Act. I due paesi, secondo Prodi, sono difficilmente confrontabili. “I francesi hanno uno Stato molto forte, capace di affiancare imprese meno brillanti e dinamiche delle nostre. Noi abbiamo una manifattura effervescente, ma siamo soffocati dalla burocrazia e in questo capitolo inserisco anche la giustizia quando è troppo lenta. Mi è già capitato di dire, con ironia, che se abolissimo il Tar guadagneremmo 4 punti di PIl”. Una rottamazione in piena regola? “No, il termine rottamazione - conclude Prodi - non mi è mai piaciuto”.

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