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Bernabè: "Trump e Brexit sono una bella sveglia per l'Europa"

14 aprile 2017 - 19:12  di Franco Locatelli
INTERVISTA DEL WEEKEND a FRANCO BERNABE', top manager e già Ad di Eni e Telecom Italia - "L'imprevedibilità di Trump è una variabile" indecifrabile ma, al di là delle sue proposte spesso "superficiali e inaccettabili", il presidente americano "ha posto tre problemi - il superamento del Washington consensus, il ribilanciamento della globalizzazione e il rifiuto di una regolamentazione soffocante- che l'Europa deve raccogliere con intelligenza come sfide "ineludibili "
Dalla Siria alla Corea e dagli attentati terroristici al ciclone Trump e alla Brexit, per non parlare delle incognite delle elezioni francesi: una situazione internazionale di così grande confusione, instabilità e pericolosità come quella attuale non si vedeva da tempo. Ma come la vive la business community e che effetti può avere sull'economia e sui mercati finanziari? FIRSTonline lo ha chiesto a Franco Bernabè, top manager di alto rango, presidente di Icbpi, già Ad di Eni e di Telecom Italia, candidato nei giorni scorsi da Vivendi a entrare di nuovo nel cda di Telecom come indipendente e soprattutto uomo dalle mille curiosità e dalle infinite relazioni internazionali. La sua è una lettura originale e anticonformista delle vicende internazionali con risposte per certi versi inattese e mai banali. Ecco l'intervista.

Dottor Bernabè, dai venti di guerra in Siria e in Corea agli attentati terroristici a Dortmund, a Stoccolma e in Egitto, senza dimenticare il ciclone Trump e l’avvio della Brexit: in pochi giorni il mondo ha dovuto prendere atto di quanto lo scenario internazionale sia diventato pericoloso, instabile, complicato e al tempo stesso sempre più imprevedibile:  che cosa ci raccontano le vicende internazionali più recenti, c’è una chiave di lettura unitaria di quello che sta succedendo e dove stiamo realmente andando?

"I fatti di questi giorni rappresentano l'onda lunga del mutamento provocato dagli errori di politica internazionale degli ultimi due presidenti degli Stati Uniti, Bush Jr e Obama, che, pur partendo da punti di vista opposti, hanno finito per convergere nell 'indebolire il ruolo degli Stati Uniti nel mantenimento dell'ordine mondiale che ha garantito la stabilità per oltre settanta anni. Le fondamenta di questo ruolo erano rappresentate dalla legittimazione derivante dai valori morali di cui erano portatori gli Stati Uniti e dalla volontà di farsi carico della loro difesa in prima persona. Il primo è venuto meno con la Presidenza Bush e il secondo con la presidenza Obama. Tutto questo ha contribuito non poco alla situazione di incertezza e instabilità che oggi sperimentiamo".

Sono critiche pesanti, soprattutto se espresse da una persona come Lei che studiato e vissuto negli Usa e che è sempre stato vicino ai valori e agli ideali americani. Ma quali sono stati gli errori più gravi di Bush jr e di Obama?

"Tutto è cominciato dalla disastrosa guerra in Iraq, voluta da Bush jr sulla base di informazioni false, che ha cacciato Saddam ma ha destabilizzato tutta la regione creando le premesse per la nascita del cosiddetto Stato Islamico ed è proseguito con la politica estera di Obama che, volendo rovesciare la strategia del suo predecessore, ha in realtà finito per aggravare la situazione. La strategia di Obama, del “Leading from behind”, che si illudeva di gestire in modo indiretto il ruolo degli Stati Uniti sulla scena internazionale con l’aiuto dell’intelligence e dei social media, ha provocato il cambio di regime nei Paesi islamici, a cominciare dalla destituzione di Mubarak in Egitto, e aggravato la tensione in tutto il Nord Africa, creando situazioni come quella della Libia , che dopo la liquidazione di Gheddafi è una entità geografica in mano a trafficanti d’armi e a uomini e e combattenti estremisti, o la Siria, la cui tragedia è sotto gli occhi di tutti".

Al di là degli errori americani, sulla scena internazionale ci sono altri grandi protagonisti – come la Russia di Putin e la Cina di Xi Jingping – ed è difficile pensare che non abbiano nessuna responsabilità nella caotica e pericolosa situazione di oggi?

"Certo che ne hanno, ma bisogna dare a ognuno il suo giusto peso. Oggi la Russia è una potenza mondiale di secondo livello che si preoccupa essenzialmente di difendere la sua area di influenza. Lo spostamento delle postazioni Nato non lontano dai confini della Russia, l’attrazione dei Paesi baltici nell’area occidentale e più in generale l’allargamento dell’Unione Europea a tutti i Paesi dell’Est dell’Europa, sviluppi che non erano nei patti, impliciti o espliciti, stipulati dopo la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione tedesca, non potevano non impensierire Putin, che ne ha approfittato per ricostituire un cordone di sicurezza, come è successo in Ucraina".

E poi c’è la Cina sulla scena internazionale.

"Con la Cina i problemi sono diversi e partono da una realtà incontrovertibile che segna la nostra epoca: dopo la seconda guerra mondiale la Cina rappresentava il 5% del Pil mondiale e gli Usa il 27%, ma oggi la Cina produce oltre il 15% del Pil e gli Usa il 22% ed è naturale che il riequilibro di fatto tra le due potenze provochi tensioni sullo scacchiere internazionale. Il bipolarismo non è più tra Usa e Russia ma tra Usa e Cina. Storicamente però la Cina non è una potenza imperialista, pur avendo importanti interessi da difendere sulla scena mondiale (a partire dalle materie prime), ma vuole ovviamente tutelare i suoi confini e i suoi commerci e nei prossimi decenni sarà impegnata a ridefinire un nuovo equilibrio internazionale nel mondo bipolare".

Gli Usa e Trump restano al centro degli scenari internazionali ma è difficile capire dove vogliano realmente andare: sono passati 100 giorni dall’insediamento del nuovo presidente americano alla Casa Bianca e Donald Trump ha provato a terremotare gli States e il mondo suscitando paure o speranze sia sul piano interno che internazionale. Come giudica e che cosa dobbiamo aspettarci dalla presidenza Trump?

"Credo che occorra distinguere tra il presidente Trump e la sua squadra di governo e decifrare le ultime novità. Dopo lo sbandamento iniziale e dopo il recente allontanamento di alcuni personaggi estremisti dal suo team, oggi Trump ha riunito attorno a sé tre personaggi di prim’ordine come il generale Mattis al Pentagono, il generale McMaster alla Sicurezza Nazionale, e Rex Tillerson al Dipartimento di Stato: sono uomini di grandi qualità, che conoscono il mondo, sono tutt’altro che guerrafondai ed esprimono una visione moderna degli scenari internazionali. Credo che questo terzetto darà consigli saggi a Trump e che, se verrà ascoltato, eviterà al Presidente di ripetere gli errori dei suoi predecessori in politica estera. Ma resta un’incognita che nessuno può realmente decodificare".

Quale?

"L’imprevedibilità di Trump, che vuole giocare un suo ruolo in prima persona ma che ha anche inaspettatamente dimostrato, con le sue nomine, di voler abbattere il diaframma che impediva ai vertici delle istituzioni diplomatiche, militari e di intelligence di farsi realmente ascoltare e di consigliare la Casa Bianca".

Questo basta per sperare che, al di là dei colpi ad effetto, la via del negoziato – in Siria come in Corea – finirà per prevalere sui venti di guerra?

"Ci vorrà tempo, ma non c’è alternativa al negoziato. La realpolitik finirà per imporsi, pur sapendo che il rapporto tra Usa e Russia si muove su un piano diverso da quello tra Usa e Cina. Nel primo caso il ridimensionamento di Mosca rispetto al passato rende meno complicata la ricerca di relazioni stabili, se Washington avrà l’intelligenza di non provocare inutili tensioni con Putin. Con la Cina il nodo dei rapporti commerciali è decisivo e ogni negoziatore usa la tattica che ritiene più conveniente, ma gli Usa sembrano aver capito che la globalizzazione, insieme a tanti vantaggi, ha creato un mostro con cui bisogna fare i conti: la crisi della classe media nei Paesi occidentali".

Questo vale per la politica internazionale di Trump, ma sul piano interno e principalmente della politica economica che cosa, secondo Lei, dobbiamo realmente attenderci dalla presidenza Trump?

"Al di là delle risposte che vorrà o saprà dare, Trump ha posto alla base della sua Presidenza tre problemi fondamentali che stimolano anche l’Europa a raccogliere la sfida. Primo: ha messo in discussione il cosiddetto Washington consensus con le sue rigidità sulla lotta all’inflazione, sulla politica di bilancio e sulla politica fiscale, che hanno finito per rallentare la crescita economica dopo la grande crisi e che hanno messo in ginocchio l’Europa a guida tedesca. Secondo: ha messo in discussione la globalizzazione a senso unico, che ha creato 400 milioni di nuovi borghesi benestanti in Cina e in India e arricchito l’1% della popolazione dell’Occidente ma ha massacrato la classe media occidentale, provocandone la reazione e alimentandone le derive populiste. Terzo: ha rimesso in discussione l'eccesso di regolamentazione, che imbriglia l’economia e la vita delle imprese e dei cittadini e che chiama in causa anche l’Europa, dove una tecnocrazia senza legittimazione democratica ha di fatto esautorato il potere politico".

Giusto porre questi problemi, ma le soluzioni indicate da Trump la convincono?

"E’ ancora presto per un giudizio compiuto e non c’è dubbio che le proposte che il presidente americano ha spesso avanzato – a partire da quelle sui dazi – sono superficiali e inaccettabili. Ma se l’Europa pensa di cavarsela demonizzando Trump sbaglia di grosso. Credo invece che il superamento del Washington consensus, il ribilanciamento della globalizzazione e il rifiuto di una regolamentazione soffocante siano sfide che anche noi dobbiamo raccogliere con intelligenza e senza chiusure ideologiche".

E’ un impegno da far tremare i polsi ma, come se non bastassero gli effetti del ciclone Trump, l’Europa deve fare i conti anche con il rebus della Brexit: come andrà a finire?

"Io sono ottimista. In realtà, la Gran Bretagna non ha mai fatto parte del progetto politico europeo e la sua uscita dalla Ue può provocare un salutare chiarimento, almeno sul piano politico. La Brexit ci costringerà a rivisitare tutta la strategia e la governance dell’Unione europea: non ci saranno più alibi, ma i vantaggi del cambiamento potranno essere maggiori dei rischi. Dubito invece che il rilancio di un polo anglofilo con gli Stati Uniti, sul quale nel Regno Unito confidano, possa cambiare gli equilibri internazionali. In ogni caso, Trump e Brexit sono una bella sveglia per l’Europa e sarà bene farne tesoro".

Il rilancio dell’Europa è il sogno di tanti ma la prova del fuoco delle elezioni francesi è alle porte: non crede che se dovesse vincere il Front National della Le Pen, non solo non ci sarà il rilancio dell’Europa ma fra poche settimane non ci sarà più l’Europa?

"Spero proprio che non finisca così e che in Francia vincano le forze democratiche ed europeiste ma non basta fare gli scongiuri. Una lettura non conformista delle vicende francesi obbliga a riconoscere che Marine Le Pen interpreta sentimenti profondi della Francia e solleva problemi molto sentiti con cui, anche qui, bisogna avere il coraggio di fare i conti senza paralizzanti pregiudizi".

Trump, la Brexit, l’Europa: dottor Bernabè, che effetti avrà sull’economia il nuovo corso politico con cui si è aperto il 2017 nel mondo?

"Al di qua e al di là dell’Atlantico, il fatto che siano stati posti problemi di fondo lasciati irrisolti dalla grande crisi è la premessa per provare a risolverli e non può che suscitare aspettative di cambiamento. La constatazione che, dopo molti anni, anche in Italia ci siano evidenti segni di ripresa è di per sé un fatto incoraggiante. Tutte le previsioni economiche dicono che c'è una ripresa della crescita e nel mondo degli affari come sui mercati finanziari circola un sentiment positivo. Naturalmente siamo a metà del guado e il più resta da fare, ma la confusione che il mondo intero sta sperimentando può diventare l’anticamera di un futuro più stabile, più giusto e più prospero. Sta a noi giocare le carte migliori".

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