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Coltorti: che pasticcio la riforma di Bankitalia. Che cosa succederebbe se ci fosse una scalata?

30 novembre 2013 - 08:32  di Fulvio Coltorti
E' assurdo riformare la Banca d'Italia per decreto senza che ci sia urgenza ma ancora più assurdi sono i contenuti di una riforma che bastava ricopiare dalle banche centrali di Francia e Germania - L'idea di fare una public company è pazzesca: che succederebbe se ci fosse una scalata per mettere le mani sul capitale e sull'oro di Via Nazionale?
Mercoledi 27 novembre, poco dopo le 17.00, mentre tutta l’Italia era distratta dalla vicenda di Berlusconi al Senato, il Governo ha annunciato la riforma di Bankitalia. Questa riforma è un pasticcio colossale e sarà bene ripensarla nel più breve tempo possibile.

Intanto, la riforma della nostra banca centrale verrebbe realizzata con un decreto legge e cioè uno strumento che la Costituzione prevede in “casi straordinari di necessità e d’urgenza”. Qui non ricorrono questi casi, tanto più che il Ministro autore del provvedimento ha dichiarato subito che non esiste un collegamento diretto con la necessità di denaro, ovvero di trovare una copertura per l’abolizione della seconda rata dell’Imu. Ma se anche così fosse stato, a mio parere, il decreto legge per questa riforma sarebbe apparso, oltre che inopportuno, ugualmente  incostituzionale.

Il secondo pasticcio è quello di voler fare di Bankitalia una public company. Non esiste al mondo una banca centrale la cui governance sia quella della public company e il motivo è financo banale. Le banche centrali operano nel contesto di una prerogativa unica che consente loro di realizzare profitti da signoraggio. Raccolgono mezzi emettendo moneta che non viene remunerata e impiegano questi stessi mezzi ad interesse. Profittano inoltre di una posizione monopolista che comporta quasi sempre operazioni istituzionali in utile. E’ quindi, non logico, ma necessario che questi utili vengano devoluti agli stessi stati. In una public company, invece, i profitti vengono distribuiti agli azionisti e ai dirigenti. In questo provvedimento agli azionisti saranno distribuiti dividendi commisurati al 6% del nuovo capitale, stabilito sul limite massimo della forchetta indicata dalla perizia in 7,5 miliardi di euro.

Restiamo sulla perizia che Bankitalia ha commissionato su se stessa (un iter già inopportuno di per se). Il suo bilancio 2012 mette in evidenza un patrimonio netto di 23,5 miliardi di euro. A chi spetta? I periti hanno stabilito che il grosso degli utili che Bankitalia ha sinora realizzato, ma non distribuito, provenga dal signoraggio e dunque non possano essere riconosciuti ai soci. E’ una posizione come un’altra, ma riteniamola  corretta. Ciò significa che gli utili “non da signoraggio” corrispondono esclusivamente ai 7,5 miliardi stabiliti nel decreto di mercoledì. Questi 7,5 miliardi risultano impiegati  come parte di un complesso di attivi finanziari che Bankitalia contabilizza nel suo bilancio per complessivi 38,5 miliardi. Si tratta di titoli di Stato (quasi otto decimi del totale), azioni, Etf e altri fondi. Un rendimento del 6% è assai ardito e, data la preponderanza dei titoli di stato, sarebbe difficile da conseguire;  si giustificherebbe solo con impieghi ad alto rischio. E’ quindi assai probabile che il rendimento sarà inferiore oppure che quel 6% finisca per essere cavato dallo stesso signoraggio che si è voluto escludere dalla valutazione.  

Nuovo pasticcio quando si passa alla questione dell’indipendenza. Il Governo recita nel decreto che il suo obiettivo è quello di “assicurare alla Banca d’Italia un modello di governance che ne rafforzi l’autonomia e l’indipendenza”. Ma autonomia e indipendenza dal governo relativamente all’attività istituzionale sono “conditio sine qua non” dell’appartenenza al sistema europeo delle banche centrali (un principio peraltro già fissato dallo statuto attuale). V’è quindi bisogno che il debole  governo italiano aggiunga del suo? Autonomia e indipendenza non hanno invece alcuna ragione di essere per quanto riguarda la governance dell’azienda. Dove sta scritto che Bankitalia debba essere una corporazione “nutrita” dallo Stato italiano? E che i profitti cospicui che realizza grazie al suo status non debbano essere devoluti allo Stato anziché coltivati in un giardinetto dietro i cancelli di via Nazionale? In realtà, per la governance di Bankitalia  non servono invenzioni. E’ sufficiente che essa venga ricopiata pari pari da quella delle altre principali banche centrali dell’eurozona (oserei proporre Germania e Francia).

Quanto ai “soci” potenziali, il modello di governance previsto da questo decreto è un ente partecipato da  “soggetti italiani ed europei”. Cosa succederebbe se una “cordata” di soggetti “europei” mettesse le mani sulla maggioranza del capitale e, in virtù di decisioni che potrebbero essere confermate da chissà quale corte di giustizia “europea”, finisse per impadronirsi dei ricchi attivi di Bankitalia? Tra i quali, non dimentichiamolo, c’è l’oro, che è degli italiani anche se formalmente appartiene a Bankitalia e non serve più per emettere le banconote.

Veniamo infine ai soci attuali che, si afferma, vedranno rafforzata la base di capitale e quindi la possibilità di far credito all’economia. All’economia  serve ben altro (rinvio al progetto Bankoro, del sottoscritto e di Alberto Quadrio Curzio,su “Il Sole24Ore” 5 settembre 2013). Qui invece, a mio parere, vi sono due scenari. Il primo, con la Bce che accetta di considerare la rivalutazione delle quote Bankitalia ad aumento del patrimonio di vigilanza;  saremmo di fronte ad un nuovo pasticcio. Infatti, la sostanziale illiquidità di queste quote, e dunque l’impossibilità di rilevare per loro un prezzo di mercato, le configura a “classe 3” nella gerarchia del fair value; cioè  una classe da subprime. Se passasse per le quote Bankitalia allora passerebbe per tutte le spazzature sulle quali hanno investito le banche estere (le tedesche in prima fila); quindi non è difficile prevedere il loro assenso al nuovo presunto statuto della nostra banca centrale. Per tal via si rafforzerebbero ancor più i competitor delle nostre banche. Il secondo scenario è invece quello nel quale la Bce, più correttamente, rifiuta di accettare quella rivalutazione come patrimonio; anche perché se bastassero tre periti di parte per “imporre” una stima, le banche italiane avrebbero risolto tutti i problemi dei loro crediti deteriorati.... In tal caso nulla cambierebbe nella capacità di erogare credito in Italia. L’unico risultato “acquisito” sarebbe la difesa di una corporazione. E’ giusto con tanti nostri concittadini che versano in così  tante difficoltà?

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