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La Crisi compie 10 anni, ma dal tunnel non siamo ancora usciti del tutto

9 agosto 2017
Il 9 agosto del 2007 arrivavano dai mutui subprime i primi segnali della crisi che l'anno dopo, con il crack di Lehman, divenne sistemica e contagiò l'economia reale - Le banche centrali, immettendo liquidità, l'hanno narcotizzata ma dai pericoli di stagnazione non siamo ancora usciti e non si vede una leadership globale in grado di aprire una nuova era di prosperità.
Tutta l’instabilità finanziaria da cui il mondo sviluppato stenta ancora a uscire inizia il 9 agosto del 2007. E` da allora che si data l’esplosione della crisi, inizialmente chiamata subprime (epiteto che si riferisce a un segmento di mutui per poche centinaia di miliardi di dollari e che sa più di marachella che di catastrofe). Quel giorno salgono i tassi interbancari – l’overnight europeo schizza dal 4 al 4,6% – perché svanisce la fiducia tra le banche a prestarsi denaro. I subitanei, massicci interventi delle banche centrali per dare liquidità all’interbancario tamponano la situazione ma non la risolvono. Per mesi si parla di turbolenze (turmoil) però la realtà e` peggiore: da allora niente e` più come prima.

Per descrivere la maggior parte degli anni scorsi e` più realistico parlare di un periodo di crisi inframmezzato da brevi parentesi di stabilità finanziaria, anziché di stabilità occasionalmente interrotta da crisi finanziarie. Come in un vortice impazzito, la crisi parte dalle principali istituzioni finanziarie degli Stati Uniti ma subito colpisce pesantemente anche i sistemi bancari in Europa. Poi, nel 2008, il vortice torna nel Nuovo Mondo per abbattere Lehman Brothers e toccare l’apice della crisi bancaria. I pronti interventi di salvataggio da parte dei governi tamponano la falla, ma non bastano.

Così, il vortice batte duro sull’economia reale falcidiando imprese e posti di lavoro di qua e di là dall’Atlantico. Mentre i paesi emergenti seguitano a crescere ai margini del turbinio e la ripresa, drogata da politiche monetarie e fiscali ultra-espansive, pare avviata anche in quelli ricchi, nel 2010 ci si accorge che il recupero e` troppo fiacco e i colpi del vortice hanno aperto pericolose falle nelle finanze pubbliche. Dapprima il problema sembra limitato ad alcuni piccoli paesi periferici dell’Eurozona ma poi il vortice rimbalza verso i paesi Ue più grandi e torna a schiantarsi sugli Stati Uniti, che subiscono l’onta del declassamento a debitore sovrano non più al di sopra di ogni sospetto.

La situazione si fa sempre più complessa con il vortice convulso che sbatte un po’ dappertutto, mettendo in discussione anche il futuro dell’euro. Le capacità innovative della Bce a guida Draghi consentono di superare la fase più critica nel 2012 ma l’economia dell’Eurozona è troppo debole per uscire dalla stagnazione e la costruzione delle istituzioni comunitarie è ancora in ritardo. Anche grazie a politiche monetarie e fiscali ben più aggressive che in Europa, gli Stati Uniti sembrano aver ritrovato la crescita ma anch’essa appare a tratti incerta, al punto che il Tapering, annunciato all’inizio del 2013, inizia a produrre timidi rialzi del tasso sui federal funds solo dalla fine del 2015.

Nel frattempo, continuano a emergere malefatte da parte di importanti istituzioni finanziarie internazionali e si ripresenta il default della Grecia, per il quale è stato coniato il simpatico termine Grexit. Per non parlare dei venti di guerra che spirano in zone non lontane dall’Europa e in altre aree del mondo o dei netti segni di rallentamento dell’economia cinese che hanno provocato forti scosse di instabilità finanziaria. Per tornare in Europa, come se non bastasse, a giungo 2016 la Brexit ha nuovamente accresciuto l’incertezza e acuito la volatilità finanziaria. E, di nuovo oltre oceano, la presidenza Trump getta ombre sul libero scambio e la globalizzazione economica e finanziaria che aveva plasmato l’economia mondiale negli scorsi decenni. Inizialmente i mercati finanziari hanno dato fiducia, ma le incertezze dell’amministrazione Trump potrebbero cambiare lo scenario.

Siamo molto lontani dall’era della Grande Moderazione, quando Bernanke sosteneva che l’economia mondiale era entrata in una nuova epoca di prosperità. Sul calendario sono passati solo dieci anni ma siamo proprio in un altro contesto, denso di incertezze sul futuro. E quasi tutti si chiedono quando finirà quest’incubo che dura da troppi anni. Il vortice si ferma quando subentra la bonaccia oppure quando le regole del gioco dicono stop. Una leadership globale all’altezza della situazione dovrebbe stabilire lo stop, affannandosi subito a ri-regolamentare seriamente la finanza – così che non sia più destabilizzante – a patteggiare piani di rientro da squilibri globali ed eccesso di indebitamento, in cui tutte le parti si assumano una fetta dell’onere e a predisporre politiche di stimolo, specie da parte dei paesi meno indebitati, che riaccendano i motori dell’economia evitando una prolungata fase di stagnazione. E` questa la chance per il passaggio ordinato da un assetto mondiale a trazione americana a uno multipolare. Ma, con Trump, la stessa leadership americana è scossa dall’interno e, senza un consenso politico diffuso, la globalizzazione (e non solo la finanza) rischia seriamente di andare in tilt.

A un decennio dall’inizio della Grande Crisi 2007-09, la ripresa economica da tempo avviata negli Stati Uniti si va consolidando anche in Europa. Da ultimo, qualche segnale di ripresa c’è anche in Italia e questo contribuirà a ridurre il grave disagio sociale e, riducendo gli Npl, a stabilizzare il nostro sistema bancario. Ma cosa accadrà quando la Bce inizierà ad alzare i tassi di interesse? Riemergeranno le fragilità finanziarie lenite dal balsamo del Quantitative Easing.

In Italia, di certo, rispunterà la questione mai risolta di stabilizzare il rapporto debito pubblico/Pil e riportarlo su valori non tanto in linea con il Trattato di Maastricht (sotto al 60%) ma almeno in una zona di maggior comfort (verso l’80%). Ammonite dalla Brexit e da Trump, le cancellerie di Berlino e Parigi paiono oggi consapevoli che non si può rischiare di disperdere il bene essenziale del mercato comune europeo. Quindi, avremo forse più tolleranza da Bruxelles e Francoforte. Ma avremo un contesto politico e istituzionale consono a far davvero riemergere il Bel Paese da questi dieci anni complicati?
Giovanni Ferri si è laureato in economia all’Università di Siena, ha conseguito il Ph.D. in Economics alla New York University. È professore ordinario di economia politica e prorettore alla didattica alla LUMSA ove ha: presieduto il corso di studio magistrale in Economia, management e amministrazione d’azienda (2012-14); co-fondato e dirige il Center for Relationship Banking and Economics, sull’importanza dei beni relazionali per valorizzare anche nell’economia la dimensione di persona umana; ideato e co-attuato il progetto “Gli studenti crescono con le imprese di famiglia”, per attrarre l’attenzione su un segmento d’impresa vitale per l’Italia ma spesso trascurato dagli studiosi e marginalizzato nel dibattito di politica economica.